Gli Articoli di Antonella

UN PERCORSO A OCCHI E MENTE APERTI

ATTRAVERSO IL PAESAGGIO DELL’ECOMUSEO LAZIO VIRGILIANO

Questo primo articolo vuole essere un invito ai Soci e simpatizzanti dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano – Ecomuseo senza pareti o volumi di contenimento, ma piuttosto un ampio territorio segnato dall’alveo di due corsi d’acqua perenni, la caldera composita dei Colli Albani e tutto il territorio che da questa scende fino al mar Tirreno, territorio costellato da vestigia archeologiche e perfino ingioiellato dalla Riserva Naturale Regionale della Sughereta di Pomezia (373,799 ettari)[2019], di cui è ideatore e custode Giampiero Castriciano, ideata nei primi anni ’90, che “rappresenta un biotopo popolato da numerose altre forme di vita vegetale e animale, alcune rarissime e a rischio di scomparsa”- a incuriosirsi e a scoprire nel nostro vissuto, ma anche in noi stessi come questo territorio sia già parte di noi, oppure quanto ancora scopriremo essere esso capace di riempire insospettati vuoti della nostra conoscenza in proposito. Siamo stati tutti coinvolti dalla vivida narrazione di Giosuè Auletta che ha portato tutti noi a provare un interesse nuovo e profumato di speranza per la futura sorte del territorio compreso nell’Ecomuseo Lazio Virgiliano.

L’entusiasmo di aderenti e simpatizzanti alla fondazione dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano, oltre a quella dei bambini i quali, invitati da Giosuè Auletta a riprendere e rappresentare fotograficamente, graficamente o pittoricamente una vista del paesaggio a loro familiare,hanno prodotto opere poi esposte in una mostra all’interno della Sughereta, ha dimostrato a grandi e meno grandi che per gioire della qualità del paesaggio è necessario “immergervisi” dentro e consapevolemente per passare dalla conoscenza “vissuta” dello stesso a quella “conosciuta”. In questo modo si acquisisce uno strumento base di analisi e conoscenza per passare da ogni “vissuto” a ogni “consciuto”, anche gioiosamente e certamente anche foriero di incremento della propria personale autostima e capacità di libera scelta.

Altre Associazioni di giovani stanno procedendo in tal senso, sempre nell’ambito dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano, con particolare attenzione per i reperti archeologici o comunque di resti di attività antropiche.
Condividerò quindi con chi mi leggerà alcune tecniche di conoscenza anche dell’intangibile e una minima quantità di domande che affollano la mia mente cercando tempo e spazi cognitivi per ricercare, o ricevere le risposte, o quantomeno il tentativo di voler conoscere di più e meglio.

  • ascoltare il respiro del luogo
  • percepire la morfologia del luogo
  • riconoscere la topografia del luogo
  • andare alla scoperta della nomenclatura dei componenti l’Ecomuseo Lazio Virgiliano
  • andare alla scoperta dell’estensione e dei limiti dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano
  • cercare i nessi variabili nel tempo fra le caratteristiche vulcanologiche dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano e provare a individuare le tracce di ogni ritrarsi o avanzare di battigia e terreni costieri in base all’avanzare del mare sulle coste e al suo ritrarsi da esse
  • perché Ardea si chiama così e perché si trova su un’altura rocciosa? Cosa ha generato quella roccia?
  • individuare e farsi narrare la memoria dei luoghi dai testimoni viventi più antichi e dai testimoni più recenti, non necessariamente umani
  • immergersi nella lettura dal VII al XII Canto dell’Eneide e ampliare l’orizzonte della propria conoscenza e consapevolezza in proposito
  • ricercare e apprezzare la bellezza del paesaggio
  • l’Ecomuseo Lazio Virgiliano si delimita e si intesse di corsi d’acqua che scendendo daivulcani laziali nutrono i terreni che attraversano fino a tuffarsi tutti nel mar Tirreno
  • il fiume Incastro – oggi Fosso Incastro fu un vero e proprio fiume con una foce capace di essere porto per imbarcazioni di ogni tipo e tonnellaggio
  • la via litoranea che va da Ostia a Anzio passando per il porto alla foce del fiume Incastro, ha

origini di necessità di collegamento tra questi porti all’epoca dell’Impero Romano; poi mai perse la sua funzione di via carrozzabile, anche se per motivi sorprendentemente diversi, tutti da scoprire

• lasciare quindi che le progressive ipotesi di risposte ci suggeriscano una storia da narrare in primis a noi stessi e a mano a mano che le parole ci mancheranno, potremo cercare i dati mancanti…

In principio erano il Mar Tirreno, le coste del territorio da questo bagnate, a volte caratterizzate da scogli, a volte da battigie e spiagge da cui si ergevano dune emerse dal fondale marino infiniti tempi prima; oltre queste, avvallamenti più o meno grandi con terreno sia asciutto, sia paludoso. La varietà di tanta alternanza di quote si caratterizzava per ospitare e rivestirsi di essenze vegetali diverse, popolate da molte specie vegetali e queste da moltissime specie animali che si identificavano per colori e forme tutte soprendenti, palpitanti, luminose, dai piumaggi alle squame, alle pelli sgargianti, a pellicce di vario tipo, a porcospini irsuti, a rettili di molti tipi diversi, rapaci e nell’acqua o di palude o marina o dei fiumi, rane, grilli, anguille, ogni sorta di pesce, o mollusco, o bivalvi. A terra, innumerevoli essenze vegetali, anche commestibili e fiori affollati da insetti e bruchi forieri di farfalle. Sulle dune vicino alla battigia, pagliuzza di mare in quantità, naturale regolatore della consistenza del terreno di costa.

All’interno, ma vicine alla brezza marina, sugherete dalle chiome flessuose, dalla corteccia elegantemente “goffrata”, resistenti alle brezze marine e avide dell’umidità offerta dal mare, oltre che dell’acqua limpida che correva veloce dai Colli Albani fino al mare.
Giosuè Auletta insiste nell’osservare, percepire e leggere il paesaggio, tanto apprezzando le qualità positive, quanto quelle meno positive, o addirittura pericolose e potenzialmente distruttive. Giampiero Castriciano cura in modo rispettoso la fruizione di chi visita la Sughereta, onde educare i visitatori a conservarla e mantenerla viva e vitale nel suo essere scrigno e custode del biotopo. Altre Associazioni sensibili al problema consapevolmente narrano e rappresentano anche teatralmente caratteristiche e pericoli attinenti la Sughereta

La scrivente, a sua volta, apprezza in modo estremamente positivo questi innovativi punti di vista e di osservazione, poiché offrono una visuale altamente aderente alla qualità della realtà in cui stiamo vivendo.
Antonella Liberati

Fosso Incastro, Emissario del Lago di Nemi

alcuni spunti di ricerca e verifica 

Persuasami del fatto che l’emissario del Lago di Nemi nulla o quasi aveva di naturale e che la sua progettazione e costruzione certamente non era attribuibile ai Romani, bensì a altro popolo a questi precedente e con diversa cultura ingegneristico idraulica, ho avviato una personale ricerca che si è rivelata molto più complessa di quanto supponessi. Voler sintetizzare il solo tema “emissario del Lago di Nemi”, che potremmo assimilare al nucleo della ricerca, esso si è subito rivelato foriero  di indagini che da questo si ampliano in tutte le direzioni, una raggiera di nuovi (almeno per me) elementi e ipotesi a questo collegati. Se ci si avventura nell’impresa, può succedere che il viaggio conoscitivo si riveli molto vasto, molto ricco e molto attraente, pieno di sottoinsiemi sia logistici che temporali. Tentare l’impresa comunque offrirà la possibilità di meglio conoscere o scoprire l’affascinante “creatura” in parte frutto dell’ingegno antropico, in parte delle modificazioni ambientali e in parte di quelle dovute a eventi storicamente rilevabili. Circa un mese fa presi la decisione di approfondire le affermazioni: “Si tratta di emissari  (Albano e Nemi) artificiali realizzati in epoca arcaica”; “Opera idraulica pre romana completamente artificiale”  e altre affini. Ho cercato dati, osservato e confrontato immagini e oggi posso suggerire soltanto di fare propri quegli spunti di ricerca e verifica dell’universo idraulico arcaico, pre-romano, ingegneristico nell’ambito della costruzione di fossi o canali, come nella gestione di un territorio in funzione delle necessità antropiche di tipo tangibile e intangibile. Questi dati sono leggibili in gran parte on line sotto forma di scritti, grafici, filmati, filmati con grafici esplicativi, immagini fotografiche e planimetriche. Tutti convergono e contribuiscono a rivelare la affascinante, complessa e diversamente motivata realizzazione di tali emissari artificiali: la progettazione,  le ipotesi di costruzione e progressivo adattamento del corso artificiale d’acqua verso le loro destinanzioni finali in tempi successivi, la mutevolezza di collocazione anche toponomastica, la captazione nominale e collocazione nell’immaginario dell’opinione pubblica fin dall’inizio della loro esistenza. Oggi il lago di Nemi non è più in grado di emettere acqua dall’originario punto di partenza del suo emissario, ma il mitico “Castrum Inui”, o “Fosso grande”, o “Fosso Incastro” continua a gettare acqua teoricamente dolce nel Mar Tirreno, ancora nei pressi del “Castrum Inui o In Castrum”, ancora nei pressi dell’antico Porto Rutulo. 

Molti i toponimi sono legati a eventi mitici o storici insieme a una crescente importanza, come poi a varie fasi di declino ambientale, economico, commerciale.    

Antonio Nibby (Roma 1792-1839) coltissimo studioso, topografo e diretto conoscitore del territorio dell’agro romano e latino ci offre questa sintesi:

“… Non si tarda a passare il Rio Torto, che secondo ciò, che nel capo precedente mostrammo corrisponde a quello, che dagli antichi Numico appellavasi, fiume che serviva di confine ai Latini co’ Rutuli, e che fu reso assai celebre per la morte di Enea. Questo fiume scorre tortuoso fra oleastri, e canne, che nel deserto della campagna Romana ne dimostrano il corso, e quindi va a formare uno stagno assai vasto se si consideri la picciolezza del rio, e questo è il famoso stagno citato da Virgilio, e da altri poeti. Ovidio fedelmente descrive nel XIV. delle Metamorfosi v. 599, la sua tortuosità, e le canne che ne vestivano le rive: ubi tectvs arundine serpit, in freta flumineis vicina Numicius unda. Quelli, che hanno preteso, che il Numico fosse l’altro fiume, che più verso Ardea, anzi che sotto quella città stessa scorra, non han riflettuto che quel fiume non è naturale, ma artificiale, e formato dallo scolo del lago di Nemi, che esso non forma stagno, e che la prossimità di Ardea non permette crederlo aver servito di confine a questa città. Il Numico, del quale si tratta, cioè il Rio Torto è un ruscello perenne, che porta acque limpide meno i tempi di pioggia, e trae la sua origine molto presso alla Cecchina, fra questa e la Tenuta di Tor Cancelliera. Appena passato questo rivo si entra ben presto nella selva Ardeatina, formata da alberi simili a quella di Anzio; elci, oleastri, quercie, ec. che con la selva Anziate si riunisce. Circa due miglia dopo si raggiunge la via Ardeatina, che lasciammo per andare a Lavinio e la quale qui conserva in parte le antiche pietre. A destra si vede una pianura, che sembra essere stato un lago, ed è cinta da alberi. Questa si appella il prato di S. Antonio, ed io credo essere stata un lago, ovvero un prato o specie di anfiteatro artefatto per tenervi adunanze e celebrarvi feste. Poco dopo si passa sopra un ponte il rivo di Nemi, che il volgo crede essere l’antico Numico, e che di sopra ho mostrato essere un fiume artefatto, cioè prodotto dallo scolo delle acque del lago di Nemi. Sotto ad Ardea si unisce con un ruscello più grande, chiamato Fosso Re Tavole, e tutti e due i rivi riuniti prendono il nome di fosso dell’Incastro, denominazione che a prima vista si scorge essere derivata dall’Invi Castrum, che presso la sua foce trovavasi. Il Fosso dell’Incastro, il quale scorre nei pressi della Città di Ardea, proprio là dove confluiscono le acque del cosiddetto “fiume artefatto” provenienti dai crateri coalescenti di Nemi, era comunque identificato dalla popolazione locale proprio con il leggendario, misterioso ed antico fiume Numico. L’origine a monte di questo emissario artificiale si perde nella notte dei tempi e l’architettura sacra del suo ingresso sembra attestarlo in modo inequivocabile. Questa caratterizzazione è valida anche per gli altri invasi di Albano, Ariccia e di Giuturna (nota:oggi laghetto di Pavona), nei pressi di Pavona, sulla Via Nettunense…” . Così Antonio Nibby.

Ora  arriviamo alla situazione del secolo scorso, a mezzo di spunti per la conoscenza della realtà e della storia recente del “Fosso Incastro, emissario del Lago di Nemi”, presunto da molti come naturale deflusso dell’acqua presente nel Lago di Nemi, specialmente dai bagnanti presenti sulla spiaggia ai lati della sua foce nei primi anni ’50 del secolo scorso, nella zona identificata dal toponimo “La Fossa”, in prossimità della foce del Fosso Incastro.

Si accedeva alla proprietà costiera Sforza Cesarini da un cancello fatto con  filagne di legno (un rettangolo con diagonale), che veniva aperto dal custode incaricato di gestirne l’accesso di persone che potessero esibire il previsto permesso scritto, dalla via che da Ardea curvava verso Pratica di Mare. La stradina che dal cancello di accesso si innestava sulla Via Litoranea, allora polverosa di chiara terra battuta, era fiancheggiata da campi coltivati, un casale con scuderia, terreni incolti ricchi di erbe selvatiche anche commestibili, o coltivazioni di piante di lino o altre erbe tipo l’erba medica. Girando verso il Fosso Incastro, sulla destra appariva il cordone di sabbia spartiacque che nascondeva il mare. Dalla strada al cordone la fossa tettonica risultante di antichi prosciugamenti appariva come un prato rigoglioso di presenze vegetali e animali.

Nei primi decenni del secolo scorso la via Litoranea di antichissima memoria, che collegava Ostia con Anzio, fu utilizzata per la costruzione di fortini anti invasione lungo gli elevati cordoni sabbiosi presenti in prossimità della battigia, nel versante a mare. 

Un vagone ferroviario era stato utilizzato come riparo e alloggio per il personale addetto alla costruzione dei fortini.

Uno di questi fortini era stato edificato nell’arenile quasi in corrispondenza del vagone ferroviario. 

Sulla dorsale dello spartiacque erano presenti modeste costruzioni fatte con materiale di risulta di vario genere, chiamate “casotti”, arredate con pagliericci di foglie di granoturco; tavoli realizzati con tavole di recupero; contenitori di bombe di vario tipo, utilizzati come “mobiletti” per scopi vari; un cassone metallico da autocarro perfettamente chiudibile e antitopo; tutti ricordi dello sbarco di Anzio, ma soprattutto residuati del fronte tra Tedeschi e Inglesi ai due  lati del Fosso Incastro. Uno dei “casotti” era costituito dal vagone ferroviario lì presente  prima dell’ultima guerra che era stato posato su un basamento. Al vagone ferroviario negli anni erano state aggiunte delle stanze e una cucina suppletiva. Nel vagone c’era un pozzo fatto con un fusto di benzina sfondato e l’acqua potabile era quella che affiorava dalla falda. A una estremità il vagone era diventato cucina a legna. 

All’inizio degli anni ’50 del secolo scorso il fortino vuoto e interrato fino alle finestre di avvistamento, serviva ai bambini come luogo per giocare, visto che si poteva scendere al suo interno a mezzo di una scaletta in cemento. Dai “casotti” si scendeva dal cordolo sabbioso fin sulla battigia, per lasciarsi bagnare i piedi dalla spuma delle onde, dove per terra e mare si potevano incontrare creature vegetali e animali dei generi più vari e sorprendenti, oltre che bellissimi nelle loro specifiche caratteristiche. Purtroppo, le tracce del fronte di guerra che aveva avuto luogo sulle due sponde del Fosso Incastro avevano lasciato molte vestigia: bombe, proiettili antiaerei, mine antiuomo e anticarro e anche un carro armato che in Settembre riaffiorava dalla battigia. 

La proprietà costiera Sforza Cesarini era priva di botteghe o negozi. Solo l’ultimo casotto a strapiombo sulla foce del Fosso Incastro aveva una stanza che fungeva da “dispensa”, dove era possibile acquistare pochi tipi di generi alimentari non reperibili nell’ambiente naturale, ma anche ottenere i barattoli vuoti da 5 o 15 litri di capacità che avevano contenuto marmellata o acciughe salate. Quei contenitori diventavano secchi col manico di fil di ferro da 4mm di diametro e una impugnatura fatta con un pezzetto di canna. Il casotto che inglobava il vagone era  durato  dagli anni venti e resistito al fronte perché in esso si disponeva di acqua potabile e un posto del fuoco al coperto. Il cordone sabbioso riemergeva sulla sponda sinistra del Fosso Incastro e assumeva la forma di “tomboleti” non abitati dall’uomo, ma ricchi di fauna nei cespugli che la ricoprivano. Poco prima della foce del fosso Incastro si trovavano poche palafitte strutturate circa un metro sopra il livello della sabbia costiera con le capriate e le strutture portanti fatte con gli steli dei fiori delle numerosissime piante di agave che costeggiavano le sponde del Fosso Incastro fino al ponte in muratura che lo attraversava poco prima dell’allora ignorato “Castrum Inui”, che sarebbe stato riscoperto e scavato circa mezzo secolo dopo. Gli steli dell’infiorescenza bianca che la pianta d’agave produce poco prima della fine del suo ciclo vitale, possono raggiungere alcuni metri di altezza. Sono leggerissimi perché cavi, ma robustissimi e imputrescibili. Fatta la struttura della palafitta, questa veniva pavimentata con assi di legno di recupero e tamponata e coperta con la pagliuzza di mare (mi sembra sia scientificamente detta Ammophila arenaria) che abbondava su tutte le dune costiere. Gli steli di questa pianta, opportunamente cuciti fra loro, permettevano tamponature e coperture isotermiche e idrorepellenti, Queste palafitte erano abitate da famiglie di pescatori profughi da Minturno. I pescatori uscivano in barca a remi per posare e ritirare le reti, che risultavano sempre piene di numerosissime specie di creature marine; usavano il rastrello a denti piatti fornito di una grossa cuffia in rete a maglie fitte per pescare le abbondantissime arselle o telline, che poi andavano a vendere fino a Ciampino, dopo aver riempito ceste di giunchi fornite di manico, camminando a piedi, lungo la battigia, senza timore dei chilometri. A volte, di notte, tornavano con un carico di seppie, creature che palpitavano nel buio emanando la luce verde del fosforo di cui erano ricche. Di giorno i pescatori riparavano anche le reti e di notte si orientavano con le stelle per conoscere l’ora. Le spiagge ai lati della foce del Fosso Incastro costituivano un biotopo estremo vicino al mare, biotopo ricco e ospitale per decine e decine di essenze vegetali, tra cui i gigli di mare, profumatissimi; di animali di dimensioni e caratteristiche molto varie e diverse, dai grilli alle farfalle, alle lepri, ai ramarri, alle rane, alle libellule, a serpenti di vario tipo, spesso cibo per i rapaci, a porcospini e istrici, a uccelli di varie specie e dimensioni. Prati di alisso (alyssum maritima) e innumerevoli altre specie vegetali davano la sensazione (reale) di poter sopravvivere quotidianamente  grazie a loro, purché le si sapesse riconoscere se commestibili e se pericolose. Le altre componenti il paesaggio facevano vivere e sviluppare in ciascuno il senso e la sensibilità per la bellezza di forme, colori e suoni.

Dalla stradina (oggi via Bergamo) di accesso che andava dalla strada (oggi via Pratica di Mare) verso il mare, prima di arrivare alla via Litoranea, sul lato sinistro era presente una palude con sabbie mobili, residuo di antichi apporti imbriferi nella fossa tettonica; nell’area a questa vicina, il terreno si era asciugato  tanto da dover essere innaffiato per coltivarlo, ma l’acqua per farlo si poteva estrarre da un pozzo fatto con un fusto di benzina sfondato in cui l’acqua di palude limitrofa affiorava fino a poche decine di centimetri dal piano di calpestio dell’orto.

Tutto quello che veniva coltivato in quel terreno cresceva a vista d’occhio, assumeva dimensioni giganti e un sapore squisito.

 Lungo la sponda destra del Fosso Incastro, poco prima di arrivare ai piloni del ponte, la ricca terra favoriva la coltivazione intensiva allo scoperto di fiori pregiati per i negozi eleganti dei centri abitati o della Capitale.

 Attraversata la Via Litoranea in direzione di Ardea, con alle spalle uno dei fortini, dopo pochi metri ci si trovava davanti a un residuo di palude, in parte “sabbie mobili”, in parte completamente asciugata. La terra di palude asciugata era recintata e coltivata a orto. Per accedere all’orto, correva uno “stradello” libero da rovi e di terreno molto compatto, largo poche decine di centimetri, su cui camminare in fila indiana. Lungo lo stradello per andare all’orto in palude si potevano vedere sistemati “in piedi” ai lati dello stradello proiettili antiaerei, in attesa dell’intervento degli artificieri, quando fosse stato possibile avvisarli. Non esisteva possibilità di fornitura di corrente elettrica e l’illuminazione serale, o notturna era fornita da lumini a olio, lampade a petrolio, apparecchi per l’acetilene. Scatole metalliche dei biscotti custodivano all’asciutto i pezzi di carburo di calcio necessario per produrre l’acetilene. Nel tempo di maggiore visibilità della luna, questa diventava la stupefacente fonte di luminosità notturna e uno spettacolo conoscitivo come pochi, alla musica del concerto di migliaia di grilli. Il Fosso Incastro dall’acqua potabile, forniva in quantità anguille, che venivano pescate da chiunque con le nasse. L’acqua e l’ambiente del Fosso Incastro permetteva di osservare insetti e anfibi, oltre che prendervi un bagno. Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso sono stati effettuati scavi archeologici in prossimità del ponte sul Fosso Incastro, individuando un sito noto soltanto come leggenda, ma ora certificato dai corposi ritrovamenti fatti, ritrovamenti che sembrano essere soltanto l’inizio della percezione dell’opinione pubblica di quanto il territorio compreso nell’area dell’Ecomuseo Lazio Virgiliano promette di rivelare e proporre alla conoscenza consapevole.

La zona che comprendeva tutto il cordone sabbioso dal Rio Torto alla foce del Fosso Incastro era identificata, da circa la metà fino alla foce del fiume dal toponimo “La Fossa”. Esaminando oggi le possibili accezioni di questo termine-toponimo e a quale soggetto presente nel luogo vada attribuito, tra le molte possibili scelgo quella di origine tettonica del suolo, quindi di origine e natura vulcaniche. Ardea fu edificata su una propagine di eruttato vulcanico e dista dalla “fossa” in questione circa cinque chilometri. Osservando dal ponte che da secoli consente alla via Litoranea l’attraversamento della foce de “l’emissario del lago di Nemi”, anticamente chiamato più o meno propriamente “Numicus flumen”, ma fu per certo parte del“Castrum Inui”, poi “ In Castrum”, Fosso Grande forse per l’antico porto che ospitava, quindi Fiume Incastro e soltanto recentemente “Fosso Incastro”, da secoli a.C. getta la sua portata d’acqua dolce nel Mar Tirreno, tra il “Fosso della Moletta” e il “Fosso di Rio Torto” che sgorga dalle colline della Cecchina e tutti e tre sfociano nel Mar Tirreno. Oggi il fiume dei Numi getta nel MarTirreno liquami che ne rendono proibita in esso la balneazione. L’Ecomuseo potrà aiutare a percepire agli umani un modo meno miope e antieconomico (in senso lato) che un territorio va gestito con sensibilità, rispetto, e affetto come fosse un prezioso giardino datoci in comodato d’uso, con obbligo quindi di manutenerlo, curarlo in modo da restituirlo nelle stesse condizioni di ricchezza ambientale della stessa qualità di quando ci fu affidato, molto tempo fa.

Antonella Liberati

01/04/2020